SEMI

 

SEMI

La storia vera di Nikolaj Ivanovich Vavilov,
agronomo russo che diede la sua vita per combattere la fame nel mondo.
Di FRANCESCA MARCHEGIANO
con STEFANO PANZERI
musica di FRANCESCO ANDREOTTI

SEMI racconta la storia di Nikolaj Ivanovič Vavilov, agronomo russo nato a Mosca nel 1887, e morto a Saratov nel 1943. Più di questo, SEMI è il racconto di un visionario, un eccezionale scienziato il cui valore, riconosciuto a livello mondiale già cento anni fa, è oggi sconosciuto al grande pubblico.

Vavilov era un genio, un uomo che ha impegnato tutta la sua vita nel cercare di trovare una soluzione al problema della fame in Russia e nel resto mondo, attribuendo al cibo i significati di giustizia, uguaglianza e futuro.

Vavilov è stato il pioniere degli studi sulla biodiversità e sul patrimonio naturalistico e culturale di tutti i popoli della Terra. Nel corso della sua carriera, ha esplorato più di 60 Paesi, riscrivendo spesso la mappa geografica di territori fino ad allora inesplorati da parte degli europei.

SEMI racconta anche del progetto grandioso di Vavilov, la prima Banca di Semi e Piante commestibili al mondo, difesa eroicamente dai suoi ricercatori, durante l'assedio di Leningrado, ed esistente ancora oggi.

SEMI ha la voce narrante di Yuri, il secondo figlio di Vavilov, che descrive la vita del padre, la sua ascesa e il suo drammatico declino, causato dalla politica dittatoriale di Stalin.

SEMI, spettacolo adatto a un pubblico di adulti e ragazzi (scuole superiori), invita a riflettere sull'importanza delle piante come fonte di vita per l'Umanità, sui sogni che si scontrano con l'ignoranza che a volte sale al potere, e sulla consapevolezza che dobbiamo avere, anche e soprattutto oggi, di fronte ad ogni scelta di acquisto e alimentazione che compiamo.

SEMI ricorda che siamo tutti responsabili, ora più che mai, del destino di questo meraviglioso Pianeta.


[...] E ogni volta che tornava, portava indietro semi, e poi altri semi...
provette, barattoli, sacchi, bauli pieni di semi.
“I semi sono un regalo che non è ancora stato aperto”, diceva, “sono tutta la vita impacchettata dentro. Vedi?”.
E mentre raccontava, spalancava le braccia... e io vedevo uscirgli dalle maniche campi di girasoli americani, piantagioni di alberi con le mele d’oro ad Alma Ata, ulivi del sud Italia, con il tronco storto e le foglie d’argento, distese di grano attraversate da branchi di cinghiali.
"Ma tu lo sai, da dove viene quello che hai nel piatto?", mi chiedeva, le pochissime volte che mangiava a casa.
Io non lo sapevo mai. Stavo lì con il cucchiaio di minestra a mezz’aria, che gocciolava, mentre il vapore mi faceva prudere il naso, ma non sapevo cosa rispondere. Perché per me, la minestra era nata nella pentola che stava sulla stufa dal mattino, con quell’odore di cavolo che poi ci rimaneva addosso e ce lo portavamo anche per strada, attaccato ai capelli, al cappotto e alla sciarpa, e le cipolle, o le patate, che c’erano nella minestra, al massimo potevano essere quelle del mercato, dove la mamma mi trascinava sempre a fare la spesa, fermandosi con le altre donne a lamentarsi del freddo in arrivo, tastando le pere sopra ai banchi semi vuoti.” [...]


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